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DONNE (IN)VISIBILI E DISPARITÀ RETRIBUTIVA

DONNE (IN)VISIBILI E DISPARITÀ  RETRIBUTIVA

Il lungo e tortuoso cammino delle donne per guadagnare visibilità nel mondo del lavoro

Cause di fondo del divario retributivo di genere
I divari di genere a livello di occupazione e di retribuzione derivano da diverse diseguaglianze che colpiscono le donne nel corso della vita. Si pensi anzitutto alla segregazione di genere nell’istruzione e nel mercato del lavoro: le donne, infatti, tendono ad essere sovrarappresentate in termini di titoli di studio, programmi di formazione e impieghi che offrono retribuzioni inferiori rispetto alle occupazioni svolte prevalentemente dagli uomini. In altri termini, le donne laureate non riescono a cogliere per intero i frutti del loro investimento in capitale umano e i dati sulla transizione dal sistema formativo a quello produttivo mostrano che queste difficoltà emergono fin dall’inizio della carriera, a tre soli anni dalla laurea, malgrado siano più scolarizzate della componente maschile e sistematicamente più brave negli studi. Ma non solo. La realtà è che uomini e donne con lo stesso livello di istruzione sono collocati in posti di lavoro diversi, a causa della c.d. segregazione occupazionale, per tale intendendo l’ineguale distribuzione per genere degli individui tra le diverse occupazioni. Essa è generalmente misurata da un indice di segregazione che rappresenta la percentuale di donne (o di uomini) che dovrebbe essere ridistribuita tra le occupazioni al fine di ottenere una completa eguaglianza nella distribuzione occupazionale per genere. La presenza di segregazione orizzontale evidenzia l’esistenza di stereotipi sociali legati al genere che ostacola la flessibilità del mercato del lavoro (cioè il rapido adattamento ai cambiamenti esogeni); la presenza di segregazione verticale evidenzia invece l’esistenza di un “soffitto di cristallo” (c.d. glass ceiling) che ostacola il percorso di carriera delle donne e le esclude dalle posizioni apicali. Un rapido sguardo al contesto europeo rileva che l’Italia risulta caratterizzata da un livello di segregazione più basso di quello degli altri Paesi dell’Unione ma questo vantaggio è più apparente che reale, essendo determinato dalla scarsa partecipazione femminile al mercato del lavoro anziché dalla maggiore integrazione professionale. Il che evidenzia quanto sia rilevante la segregazione verticale nel nostro Paese, diversamente da altri Paesi come Danimarca, Svezia e Finlandia.La divisione sessuale del lavoro
Le donne che scelgono di lavorare avrebbero facoltà di accedere a qualunque professione, almeno in linea teorica, ma in pratica ciò non accade, e le loro scelte ri­sultano confinate in un ambito molto più limitato.
Le donne si concentrano, infatti, in particolari professioni e mansioni, a discapito delle altre opportunità, in ragione delle loro stesse preferenze, siano esse biologicamente determinate o condizionate da stereotipi sociali (lato dell’offerta di lavoro), ma anche delle preferenze altrui (dei datori di lavoro, dei colleghi, dei clienti, ecc.), o delle barriere erette dalla discriminazione attuale o passata (lato della domanda di lavoro).

Il divario pensionistico di genere
Non si può certo sottovalutare che l’esistente divario retributivo di genere reca con sé degli effetti negativi, nel lungo termine, sul piano pensionistico, vuoi perché le donne lavoratrici in media accumulano meno anni di contribuzione, vuoi perché sovente il lavoro che svolgono è precario, vuoi infine perché, come già detto, per esigenze familiari svolgono un lavoro di cura e non sempre a tempo pieno, che sono spesso insufficienti per conseguire il trattamento pensionistico. Al contempo, a parte il lavoro familiare non retribuito che le donne continuano a svolgere in modo sproporzionato, viene in evidenza l’elevata incidenza del part time, spesso non volontario, che incide sul reddito delle donne, andando a pregiudicare l’in­dipendenza economica delle stesse ed aumentare il rischio di povertà e di esclusione sociale

Vantaggi economici dell’uguaglianza di genere
La segregazione occupazionale è innanzitutto dannosa per l’economia, perché riduce l’efficien­za del sistema e le sue prospettive di sviluppo. Quest’ultima affermazione è avvalorata da almeno tre considerazioni. In primo luogo, è evidente che l’esclusione della maggior parte delle persone (le donne) dalla maggior parte delle occupazioni è uno spreco di talento e di risorse umane. Gli stereotipi che inducono le donne a concentrarsi in pochi settori sovraffollati, e che sottovalutano le attività svolte in prevalenza da donne, sottoutilizzano la forza lavoro femminile rispetto alle sue potenzialità. In secondo luogo, la segregazione è causa di rigidità del mercato del lavoro, per­ché ne limita la capacità di adattamento ai cambiamenti tecnologici. Infine, la segre­gazione verticale impedisce agli individui di maggior talento di raggiungere le posizioni apicali delle strutture gerarchiche, con beneficio di tutta la società. In buona sostanza, la società sopporta un costo, come conseguenza del sottoutilizzo della componente femminile nelle posizioni apicali della gerarchia: il costo do­vuto al mancato utilizzo di metà della potenziale intelligenza di cui la società dispone, che non produce i suoi benefici effetti decisionali. D’altro canto, come si è già visto, gli stereotipi di genere sono dannosi per le donne perché hanno effetti negativi sulle loro aspettative e su quelle dei datori di lavoro, distorcono l’investimento in capitale umano e le scelte di carriera e producono effetti di retroazione che perpetuano gli stereotipi nel tempo. Le politiche di desegregazione sono dunque necessarie perché cercano di realizzare un interesse generale della società. In particolare, tassi retributivi più elevati incoraggerebbero inizialmente un maggior numero di donne a entrare nel mercato del lavoro, favorendo un aumento della produttività e dei tassi di occupazione. Un aumento delle retribuzioni delle donne contribuisce, infatti, alla riduzione del divario del tasso di attività.

Tratto da:

Donne (in)visibili e disparità retributiva

di Anna Maria Battisti


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