Economia
Equilibrata

Un sistema completo in grado di rispondere in modo efficace e razionale ai bisogni del pianeta e di tutti i suoi abitanti.

Ricerca

Contatti

Via Poit, 8
Salorno (BZ)
info@economiaequilibrata.it
00 (123) 456 78 90

Seguici

L’inverno demografico

L’inverno demografico

La soglia del nuovo allarme è meno di 400.000 nuovi nati nell’anno 2021.

Secondo l’Istat avremo 12 milioni di italiani in meno entro quarant’anni e con una piramide demografica sempre più rovesciata.

L’indice italiano di dipendenza nel 2021 ha superato il 57%, probabilmente è una percentuale che vi dice ben poco se non vi occupate di demografia magari collegata all’economia, ma tenetelo a mente quel 57% e sappiate che in vent’anni potrebbe arrivare oltre l’82%. L’indice di dipendenza è il rapporto tra la popolazione non in età lavorativa, cioè tra zero e 14 anni e oltre i 65 anni, e la popolazione in età lavorativa. L’Istat dice che questo indice misura il carico demografico che grava sulla popolazione in età attiva e valori oltre il 50% indicano una situazione di squilibrio generazionale. Quell’indice è il termometro dell’inverno demografico, più si allontana salendo dal 50%, più il freddo nelle nostre possibilità di benessere e di crescita si fa intenso.

Ce lo spiega il professor Alessandro Rosina docente di demografia e statistica sociale all’università Cattolica di Milano.

Professor Rosina perché la denatalità viene considerata un grave problema, perché questo declino demografico è così negativo e qual è l’oroscopo demografico che possiamo fare per il nostro paese?

La diminuzione in sé della popolazione potrebbe non essere considerata un problema anche se questa riduzione avverrà in maniera differenziata sul territorio italiano, quindi saranno soprattutto le aree interne montane che andranno a spopolarsi. Quello che viene guardato con maggior preoccupazione da tutte le economie mature avanzate, è l’indice di dipendenza degli anziani che ha al numeratore la popolazione anziana che finora ha fatto sì che questo indicatore crescesse perché aumenta la longevità e quindi il numero degli anziani, e al denominatore la popolazione in età attiva. Siamo entrati in una fase, a causa della persistente denatalità passata, di riduzione anche del denominatore, cioè della popolazione in età attiva. Questo vuol dire che abbiamo sempre più anziani ma anche sempre meno persone in età lavorativa di conseguenza meno crescita economica e meno possibilità di rendere sostenibile e finanziare il sistema di welfare e dall’altra costi crescenti per le pensioni e per la salute pubblica per l’aumento di domanda legato all’invecchiamento.

Un paese con uno squilibrio di questo tipo e con il debito pubblico che ha l’Italia farà fatica anche a finanziare altri ambiti del sistema sociale quindi le scuole, le politiche attive e non solo: avremo meno possibilità di finanziare tutto ciò ma anche di farlo funzionare perché mancheranno le risorse umane, chi si occupa dei trasporti, della sanità, …

Questi squilibri frenano lo sviluppo e la crescita economica ma anche l’innovazione e la competitività rendendo difficile anche mantenere lo stato sociale.  Un contesto da cui i pochi giovani presenti cercheranno di fuggire andandosene in paesi dove invece la possibilità di dare basi solide allo sviluppo sociale ed economico ci sono, dove si possono trovare maggiori opportunità di investimento.

Quindi non solo saranno pochi i giovani che nasceranno nel nostro paese ma in sempre di più decideranno anche di andarsene. Avremo aule più vuote nelle nostre scuole e meno giovani coppie che metteranno al mondo figli, meno manodopera con conseguenze su tutte le aree del lavoro.

Bisogna intervenire su questo tema rapidamente perché i prossimi 5 anni saranno decisivi per riuscire davvero ad invertire questa rotta per due motivi, il primo positivo legato alle condizioni di opportunità uniche che abbiamo in questo momento storico e il secondo in negativo, ed è il fatto che siamo proprio in prossimità di un punto di non ritorno da quella che abbiamo chiamato la trappola demografica, come conseguenza degli squilibri accumulati.

  1. I fondi next generation you: i progetti finanziati con queste risorse, entrati nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, PNR, hanno comunque un termine quindi vanno realizzati entro il 2026. Se non cogliamo questa occasione ci troveremo con squilibri crescenti e con un debito pubblico che nel frattempo sarà diventato insostenibile. Dobbiamo fare le politiche giuste e mettere in campo gli strumenti e le misure per dare solide basi ad un nuova fase di crescita e di sviluppo che consenta agli squilibri di ridursi e sviluppare le potenzialità che il paese ha.
  2. La trappola demografica: se non agiamo in tempi rapidi invertendo la tendenza della natalità corriamo il rischio che il margine per invertire questa tendenza scompaia, perché avremo una riduzione tale della popolazione in età riproduttiva e di potenziali madri che anche alzando la natalità non riusciremmo ad invertire la rotta.

 Abbiamo poco tempo per aggiustare il percorso del nostro paese e questo vuol dire dover mettere in campo tutte le leve positive che finora abbiamo lasciato ai margini:

  • investire sull’occupazione giovanile ma anche mettere in campo quelle politiche che, attraverso l’occupazione, consentono di conquistare l’autonomia dalla famiglia d’origine per formarne una propria,
  • aumentare l’occupazione femminile ma anche adottare quelle politiche di conciliazione che consentono di incoraggiare sia l’occupazione femminile che la scelta di avere figli,
  • favorire un’immigrazione che sia integrata, inclusa nel nostro modello sociale di sviluppo, e che consenta quindi di rafforzare anche la popolazione in età lavorativa e di contribuire alla natalità.

Tutte queste leve integrate tra di loro consentono da un lato di rafforzare la forza lavoro e di favorire poi un’inversione di tendenza delle nascite e ridurre il rischio di avere ancora più squilibri in futuro.

L’Italia ha il record negativo, in tutta Europa, con un tasso di natalità dei più bassi, qual è la ricetta per invertire la rotta della demografia?

Guardiamo alle politiche familiari:

  • l’assegno unico è l’esempio più interessante, quello della Germania ha una base universale che va a tutti i bambini, superiore ai 200 €, mentre l’assegno italiano prevede una base universale che è molto più bassa attorno ai 50 € o poco sopra;
  • rispetto ai servizi per l’infanzia l’Italia è attorno al 25/26% di apertura tra i zero e due anni, mentre la Svezia e la Francia hanno valori superiori al 50%.
  • Sui congedi il caso recente più interessante è quello della Spagna che ha previsto una forte estensione del congedo di paternità, che attualmente in Italia è di 10 giorni, portandolo a 16 settimane ed equiparandolo a quello di maternità, con le prime sei settimane dalla nascita del figlio in cui il congedo è proprio condiviso tra i due genitori e quindi diventa una misura che incide e, integrata con tutte le altre, può veramente fare la differenza.

All’interno dell’Italia il caso più interessante è quello del Trentino perché sperimenta continuamente misure e strumenti e a favore delle famiglie con un’attenzione continua sia a potenziare i servizi per l’infanzia, con una combinazione di nidi comunali e di nidi aziendali, che a favorire la cultura della conciliazione all’interno delle aziende con un sistema poi anche di certificazione per le organizzazioni che favoriscono il bilanciamento fra tempi di vita e tempi di lavoro nonché a favorire l’autonomia dei giovani. La misura più recente è quella che prevede, per gli under 40, la possibilità di ottenere un prestito bancario per avviare il proprio nucleo familiare e poi un contributo anche di estinzione a questo prestito nel momento in cui nasce il primo figlio. Questo aumenta sia l’autonomia dei giovani ma anche proprio la possibilità di assumersi le responsabilità genitoriali.

Ecco quello che serve è soprattutto un approccio diverso che dia attenzione continua alle nuove generazioni e alle famiglie, che sperimenti misure e strumenti che possono essere adeguate alle loro esigenze e a sostegno delle loro scelte.

Misure da monitorare continuamente anno dopo anno per fare in modo poi che l’anno successivo possano essere rafforzate ulteriormente rispetto all’anno precedente perché la nascita di un figlio è l’impegno più responsabilizzante che si possa prendere nel presente rispetto al futuro ed ha bisogno appunto di un contesto positivo sociale e di investimenti che diano l’idea ai genitori che hanno un figlio, che non si stanno accollando semplicemente un costo privato, una complicazione organizzativa che ricade unicamente su di loro, ma c’è un contesto, una realtà, un territorio, un paese, che la considera una scelta di valore collettivo su cui tutta la società investe in maniera convinta e solida.

 

Tratto da:

https://podcast.ilsole24ore.com/serie/l-inverno-demografico–cosa-c-e-sapere-AEVk0rOC?refresh_ce=1


0 0 voti
Valutazione Articolo
Iscriviti
Notificami
guest
0 Commenti
Feedback in linea
Visualizza tutti i commenti

Condividi questo Articolo