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L’inverno demografico 2

L’inverno demografico 2

Scuola e lavoro non saranno tutto nella vita di un ragazzo o di una ragazza ma senza preparazione e senza lavoro difficilmente si potrà avere quello slancio magari un po’ incosciente di formare una coppia e di crescere dei figli. Come ci spiega Francesca Luppi, docente di demografia all’Università Cattolica di Milano.

 Per disegnare un buon pacchetto di politiche per la natalità dobbiamo partire dal capire chi sono i giovani d’oggi che non fanno figli e perché non li fanno.

  • In Italia abbiamo il più alto tasso di disoccupazione giovanile d’Europa, e il più alto tasso di NEET, Not education employment training 23%, quasi uno su quattro tra i 15 e i 29 anni, il doppio rispetto alla Francia e alla Germania mentre la media dell’unione europea è al 13,1 per cento
  • le donne italiane non lavorano e questo è un fattore di rischio povertà aggiuntivo per le coppie che decidono di avere figli perché appunto possono basare la loro solidità economica su un solo reddito e non su due
  • abbiamo fra i giovani un’elevata presenza di contratti di lavoro di natura precaria o, diciamo così, di lavori autonomi, senza garanzie di reddito sul lungo termine
  • viviamo in un paese dove mancano i servizi per l’infanzia, non ci sono i congedi per i padri e gli strumenti di base per la conciliazione famiglia e lavoro non sono efficaci.

Nel nostro paese da decenni non prendiamo sul serio la questione demografica, non supportiamo l’autonomia dei giovani, e lo Stato non si fa responsabile della cura e della crescita dei suoi figli. Quello di cui abbiamo bisogno non è una politica familiare ma un insieme di politiche e non solo familiari, che agiscano su tutti i punti deboli per ridurre i costi diretti o indiretti dell’avere dei figli.

L’età media al parto del primo figlio è un altro indicatore che suona l’allarme della trappola demografica in cui si trova l’Italia.

In tutte le province italiane l’età media delle madri al primo figlio supera i 30 anni. A Milano e Firenze arriva in media a 33,3 anni; bisogna risalire al 2006 per trovare in una sola provincia, Napoli, un’età media inferiore, 29 anni.

A ritardare l’evento sono sempre più le giovani coppie, frenate anche dalle varie difficoltà nel metter su famiglia e dall’instabilità economica. Negli ultimi dieci anni è crollato anche l’indice di nuzialità. Nel 2021 in Italia sono stati celebrati tre matrimoni ogni mille abitanti. Nel 2006 erano stati 4,2.

Drammaticamente siamo di fronte ad un’enorme batteria di giovani che non riescono nemmeno a pianificare di avere il primo figlio.

In altri paesi europei, in Francia e in Germania, abbiamo un assegno per i figli riconosciuto fino a 21 anni, più generoso nel caso della Germania, affiancato a benefici fiscali nel caso della Francia, ma la differenza netta tra il sistema delle politiche familiari italiano, quello francese e quello tedesco è la presenza nei secondi due e l’assenza nel nostro, di servizi per l’infanzia, di misure di congedo che garantiscano a entrambi i genitori la possibilità di partecipare alla cura dei figli senza dover rinunciare a percentuali consistenti del proprio reddito.

Il caso tedesco più di quello francese è esemplare: nel 2012 la Germania aveva un tasso di fecondità pari a quello italiano, cioè in entrambi i paesi ogni donna aveva circa 1,4 figli. Proprio in quegli anni il governo tedesco comincia a investire in mondo massiccio su un ampio spettro di politiche familiari. Non solo viene introdotto un generoso assegno universale per i figli, ma viene aumentata anche la disponibilità di servizi per l’infanzia a costi estremamente ridotti se non addirittura nulli e vengono ridisegnati tutti i congedi di maternità e paternità di fatto equiparandoli e garantendo a entrambi i genitori una piena remunerazione e soprattutto una loro flessibilità di utilizzo.

Grazie a questo pacchetto di politiche la fecondità tedesca in quegli anni è salita così rapidamente da allontanarsi nel giro di 4 o 5 anni dalla posizione dell’Italia e avvicinarsi poi a quelli dei paesi con una fecondità più alta.

È chiaro che il contesto italiano e quello tedesco differiscono per molti fattori, in primis la condizione occupazionale dei giovani e la struttura del mercato del lavoro. Tuttavia, quello che ci arriva chiaramente dalla lezione tedesca è che quello che serve per spostare il l’ago della natalità verso l’alto è concepire le politiche familiari, ma anche del mercato del lavoro, come elementi di un disegno più complesso: ciascuna di queste misure magari non svolge una funzione sufficiente, ma sicuramente è necessaria per invertire quella che è la spirale negativa in cui entra non solo la natalità italiana, ma l’intera demografia.

Tratto da: https://podcast.ilsole24ore.com/serie/l-inverno-demografico–cosa-c-e-sapere-AEVk0rOC?refresh_ce=1


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