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Cooperative e sostenibilità: un nuovo modo di vivere nella comunità di Dancing Rabbit

Cooperative e sostenibilità: un nuovo modo di vivere nella comunità di Dancing Rabbit

Al largo di una tortuosa strada della contea del Missouri nord-orientale, nel mezzo degli Stati Uniti, si erge una distesa di case, campi ed edifici comunitari.
All’esterno di uno degli edifici principali, un cartello avvisa: “Suonate il campanello. Se nessuno risponde, strappate le erbacce”.

Dancing Rabbit Ecovillage è una delle comunità intenzionali più longeve del paese, essendo attiva da 25 anni. Le comunità intenzionali fanno parte di una tradizione di vita e di lavoro collettivo che risale a molti anni fa. Dancing Rabbit si distingue per la sua attenzione alle cooperative, ai progetti ecologici e alla crescita personale.

L’ecovillaggio è stato fondato nel 1997, dopo che diverse persone dalla California si sono trasferite nel Missouri per stare vicino a un’altra comunità già esistente, Sandhill. Questa parte del paese offriva allora terreni poco costosi e leggi di zonizzazione meno rigide che hanno premesso di avviare le comunità: alcune di esse esistono ancora nella stessa area.
Spesso la motivazione che spinge le persone a fare comunità è la speranza di affrontare il cambiamento climatico in modo pratico con un nuovo stile di vita. In realtà la comunità porta alle persone che la vivono un benessere psicosociale e permette loro una sana connessione con gli altri e con la terra.
Tutto ciò si può sperimentare partecipando ad un programma settimanale organizzato per chi vuole farsi un’idea del funzionamento del luogo.
Il villaggio offre un modello di democrazia economica attraverso l’attivazione di cooperative. Ad esempio una cooperativa automobilistica consente ai membri di rinunciare al proprio veicolo personale e utilizzare auto condivise. Le cooperative di cucina riuniscono piccoli gruppi per cucinare e mangiare insieme. Una cooperativa agroforestale attua pratiche salutari per il suolo.
Ben Brownlow, che fa parte della comunità, spiega che l’ obiettivo è rigenerare la salute del suolo.
Quindi, sapendo che il 16% delle emissioni di gas serra provengono dall’agricoltura, vengono adottate strategie per ridurne l’emissione o aumentare il sequestro di carbonio. Ad esempio si pratica il pascolo intensivo, utilizzando una recinzione elettrica mobile per spostare gli animali in pascoli diversi. Vengono ripiantate anche molte erbe autoctone delle praterie della stagione calda, come il sorgo, che crescono più velocemente. Gli animali girano attraverso i campi per depositare i loro escrementi.
“Il principio guida,-dice Ben-è quello di mantenere il terreno coperto e in grado di effettuare la fotosintesi il più a lungo possibile. La chiamiamo una partita a scacchi, spostare mucche, maiali e polli nei vari pascoli. Le capre si prendono cura delle specie invasive. I cani da lavoro spaventano tutte le volpi così le galline sono al sicuro e le volpi non devono essere uccise.”
Qui c’è un livello impressionante di complessità e interconnessione.
Le persone lavorano fondamentalmente in collaborazione con la natura, seguendo i principi della permacultura e dell’agricoltura rigenerativa, piuttosto che dominare o controllare la natura, come avviene nell’agricoltura convenzionale.
Altro esempio: ci sono campi di castagne cinesi, arbusti di piselli siberiani e piselli dall’occhio che apportano benefici specifici al suolo e agli abitanti.
C’é anche una cooperativa casearia gestita con un sistema decentralizzato a cui partecipano sei famiglie.
La produzione su piccola scala viene sostenuta da una strategia di marketing che cerca di dare valore a ciò che viene prodotto fissando aspettative precise sulle fluttuazioni stagionali.
In questo tipo di agricoltura non c’è profitto e non c’è suddivisione dei profitti: in primis si produce cibo per la comunità.
A Dancing Rabbit vivono una cinquantina di persone, con un flusso costante di visitatori e ospiti che lavorano. Le case sono costruite utilizzando materiali naturali ed ecologici, come balle di paglia o materiali locali di recupero, e dotate di varie tecnologie di risparmio energetico: geotermica, solare, solare passiva ed eolica. Anche la conservazione dell’acqua negli stagni e nelle cisterne è un aspetto importante; le fonti d’acqua sotterranee non dureranno per sempre e la cattura e lo stoccaggio dell’acqua sono cruciali.
Un’altra testimonianza di una abitante del villaggio porta l’attenzione su un altro aspetto fondamentale.
Danielle Williams, dice: “La comunità ci costringe a confrontarci con ciò che sta accadendo dentro di noi. Entri in contatto con un’emozione intensa e la cosa migliore è normalizzarla, parlarne. Lavoriamo per coltivare la resilienza emotiva, l’intimità, la presenza, il benessere in modo da essere più vitali e disponibili nella connessione, nella collaborazione e nelle difficoltà .
Ciò che le persone cambierebbero, anche in questo contesto ,se potessero, è realizzare il villaggio più vicino a una città, magari con una stazione ferroviaria; creare maggiore accessibilità; migliorare il patrimonio immobiliare, con percorsi più facili verso la proprietà della casa.
Chi abita nel villaggio ha comunque la consapevolezza dell’importanza di ciò che sta facendo non solo per sé ma anche per i figli e per le future generazioni, con la speranza di contrastare il cambiamento climatico in atto.

articolo di Andy Douglas
tratto da https://prout.info/blog/2023/10/27/cooperatives-and-sustainability-a-way-of-life-at-dancing-rabbit/

tradotto da Loredana Burdese


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